Dove: Museo d’arte contemporanea Villa Croce
Quando: 29 ottobre — 12 novembre 2017

Opening sabato 28ottobre dalle ore 17.30 alle 19.30
Project Room

A cura di Mario Commone, Lara Conte

 

L’intervento ideato da Beatrice Meoni per la Project Room di Villa Croce nasce come opportunità dall’essere stata selezionata come artista all’interno del format Level 0 di ArtVerona e si traduce come la seconda parte di un progetto in due tempi che ha preso avvio in occasione della mostra L’inizio di una sedia tenutasi a Chiavari, nell’ambito del costituendo Museo della Sedia Leggera Guido e Anna Rocca, a cura di Mario Commone e Lara Conte.

Beatrice Meoni ha pensato il suo lavoro sovrapponendo due storie e due spazi: da una parte la storia del Museo di Villa Croce, e soprattutto le forme dell’astrattismo geometrico dei dipinti presenti nella Collezione Ghiringhelli; dall’altra la storia del maestro-artigiano chiavarese, ovvero le tracce che permeano ancora oggi lo spazio della sua falegnameria, dismesso da alcuni anni e aperto al pubblico in occasione della suddetta mostra, così come i materiali che compongono il suo Archivio – schizzi, disegni progettuali e fotografie di arredi per sale da pranzo e camere da letto. Oltre alla produzione della sedia leggera, Guido Rocca nella sua lunga attività, si dedicò infatti alla realizzazione di mobili e arredi che testimoniano il gusto e lo stile di vita della piccola borghesia negli anni del boom economico.

In tale prospettiva di ricerca si crea una particolare punto di incontro tra dimensione “alta” e “bassa” dell’immagine, dove le forme sinuose delle seste in legno dialogano senza soluzione di continuità con le forme “astratte” e organiche della pittura di Meoni, poste idealmente in relazione, quasi fossero un trait d’union, con quelle delle opere appartenenti alla Collezione Ghiringhelli.

Il titolo di questa mostra in due tempi è preso a prestito da una raccolta di racconti di Virginia Woolf. Gli Oggetti solidi sono “gli oggetti perduti nel corso di un’esistenza”, un inventario di cose che suggeriscono “ciò che di straordinario balugina tra le pieghe di momenti ordinari”, in cui la fisicità delle cose si delinea con pochi tratti nella pittura, e traccia senza mai dire troppo apertamente ciò che affiora e si sedimenta nella sfera del quotidiano.

Dai disegni d’interni che Rocca realizzava per i suoi clienti, sorta di microcosmi in cui una storia marginale e minoritaria riflette, appunto, il gusto di un’epoca, Meoni ha tratto la sua paletta cromatica; gli oggetti appena abbozzati che popolano tavoli e mobili sono diventati soggetto per la sua pittura. Allo stesso modo le seste in legno, appese e accatastate nel laboratorio, e dislocate oggi nel Museo di Villa Croce, si sedimentano sulla tela e sulla carta come tracce, attraverso una sintassi pittorica che elude per sua intima essenza confini e definizioni, vaporizzando statuti troppo codificati e assoluti: la ricerca di Beatrice Meoni, infatti, non è mai né propriamente astratta né figurativa. “Con la mia pittura non racconto in maniera figurativa, non sono interessata a descrivere in modo realistico gli oggetti, è come se li citassi, nominando alcune parti dei frammenti”. In questa dimensione la pittura è immessa in un continuo divenire, dove colore, luce, polvere e frammenti di oggetti dalla parete si propagano naturalmente nello spazio, tra noi e le cose; dove il vuoto è un luogo di accadimenti, “per cose che non accadono mai mentre qualcuno sta guardando”. In questo universo pittorico si ricovera il bilico di una ricerca che sfugge la perfezione, la condizione definita e immutabile, e che tuttavia sembra sospesa in una dimensione silenziosa, metafisica: una rarefatta “metafisica degli oggetti più comuni”, prendendo a prestito la pregnante definizione con cui de Chirico definì l’opera di Morandi.

Nel laboratorio di Guido Rocca così come nella sala del Museo, le opere di Beatrice Meoni sembrano relazionarsi organicamente al luogo. Uno spazio che al di là delle geografie e della storia diventa “luogo di appartenenza”, intimamente relato al divenire della pittura come esperienza, ascolto e continua ricerca.